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ESSENZA DEI TANTRA

Raniero Gnoli : la luce ed il pensiero

Introduzione

mercredi 6 juin 2018, par Cardoso de Castro

honnêteté
honestidade
honesty
honneur
honra
honradez
honor
honour
retitude
retidão

Secondo queste correnti [scuole scivaite del Kashmir], il tutto non è altro, come vedremo, se non l’espressione, il corpo Körper
corpo
corps
cuerpo
body
Deha
di una delle più venerate e popolari divinità dell’India, Śiva Shiva
Śiva
le Seigneur
. Śiva nei suoi due aspetti di dissolutore, riassorbitore (il Tremendo, Bhairava Absolu
Absoluto
Absolute
Absoluteness
Bhairava
Paramaśiva
) e di benefico, riparatore (Śiva) è la coscienza, il pensiero, l’io stesso, il quale nel momento religioso, si condensa appunto, per questi pensatori, nell’immagine terrifica e serena ad un tempo del dio, che, attraverso la sua intrinseca energia o potenza, simboleggiata religiosamente dall’immagine femminile della dea, si esprime nel vario spiegarsi del tutto, il quale non è altro che il suo stesso corpo, egli stesso. Anche i pensatori buddhisti avevano tuttavia affermato una cosa assai simile, identificando il corpo mistico del buddha Bouddha
Buddha
Buda
boudhisme
buddhism
budismo
colla parte più intima ed ineffabile della realtà. In che cosa dunque si diversificano, a parte le diverse parole Wort
mot
palavra
palabra
word
Worte
rema
parole
mot
mots
vāk
vāc
, tali due concezioni ? Mentre l’idealismo Idealismus
idéalisme
idealismo
idealism
buddhistico aveva separato i due momenti della conoscenza in percezione diretta, spettatrice della realtà, e in rappresentazione soggettiva, discorsiva, creatrice e percettrice di errori, i rappresentanti di questa scuola, — che mette capo a Somānanda (prima metà del decimo secolo circa) e culmina, circa un secolo dopo, con Abhinavagupta Abhinavagupta
Abhinava
AG
Abh
Abhinavagupta (950-1020), maître du shivaïsme du Cachemire, aussi maître en yoga, tantra, poétique, dramaturgie.
, — affermano tutto al contrario che tra questi due momenti non c’è differenza di qualità, ma solo di grado. Il momento discorsivo, il pensiero non è altro se non il naturale svolgimento, l’irraggiamento del primo, in cui risiede già implicito e infuso, cosi come il pavone, con tutto il variopinto splendore delle sue penne, è tutto presente in potenza nell’uovo. Se tale nuova concezione si afferma in tutta la sua evidenza soltanto con questa scuola, essa non sorge dal nulla ma mette le sue radici nell’opera di un pensatore, vissuto circa sei secoli prima, Bhartṛhari Viṣṇu
Vishnu
Vichnou
Vishnu
Hari
Vichnouisme
, autore di un’importantissima opera filosofica e grammaticale ad un tempo stesso, intitolata "Della frase e della parola" (Vākyapadīya). Secondo Bhartṛhari, tra il puro dato dell’osservazione, da lui chiamato, con un termine che troveremo anche in queste scuole, "luce”, ed il pensiero riflesso non c’è soluzione di continuità. Un mondo di sensazioni e di osservazioni pure escluse le une dalle altre, non connesse ed unificate, sia pure in modo ancora inevidente, dall’attività cosciente e riflessa del pensiero è, in realtà, solo un’astrazione della nostra mente esprit
espírito
spirit
mente
mind
manas
mental
e di fatto non esiste In ogni nostro percepire, nella stessa "luce” c’è già, sia pure non ancora svolto e come in germe, un certo pensiero, un certo linguaggio (pensiero e linguaggio sono per Bhartṛhari identici), un’impressione di vocalità. Senza questo pensiero, questo movimento Bewegung
mouvement
movimento
movimiento
motion
kinesis
unificatore che dà, per cosi dire, vita ed organico correlarsi ai dati sconnessi e discontinui della luce, questi (dice Bhartṛhari) non sarebbero che un nulla. "Non c’è a questo mondo percezione, — egli dice in due strofe famose, — non accompagnata dalla parola, ed ogni conoscere appare, per dir cosi, penetrato dalla parola ; se questa vocalità, eterna com’è, s’involasse dal conoscere, la luce non lucerebbe. Questa vocalità è infatti materiata di pensiero." [1]

L’intuizione di Bhartṛhari è, come si è detto, ripresa più di cinque secoli dopo dalle scuole scivaite del Kashmir, le quali venerano in lui uno L'Un
hen
hén
Uno
the One
dei loro maggiori maestri. La luce senza il pensiero, dice il discepolo di Somānanda, Utpaladeva Utpaladeva
Utp
Utpala
Utpaladeva (« Seigneur du Lotus Bleu ») ou Utpalācārya (Xe siècle), philosophe shivaïte (śaivasiddhānta) du Cachemire, élève de Somānanda et maître de Abhinavagupta.
, e due generazioni più tardi Abhinavagupta, l’autore di questa opera, è come un cristallo in cui si riflettano senza vita le statiche e discontinue ombre delle cose. [2] Ripigliando la stanza citata di Bhartṛhari, Abhinava dice che ciò che rende diversa la luce da tutto ciò che è insenziente, la conazione, l’όρμη che la anima, è il pensiero, l’io. [3] Questa compresenza e coimplicarsi reciproco della luce e del pensiero si rivela chiaramente, osservano Utpala ed Abhinava sulle orme di Bhartṛhari, nella struttura stessa del linguaggio, in cui l’aspetto luce è costituito dalle parole singole, isolate, mentre il moto unificatore del pensiero si esprime nel vario gioco delle terminazioni che si aggiungono al nudo tema, permettendo al linguaggio stesso di svolgersi in modo organico e continuo. [4] Le diverse implicazioni di questi due termini sono egualmente perspicue nell’analisi della memoria. Nella memoria, dice Utpaladeva, si possono distinguere due momenti, di cui mentre l’uno consiste nella pura rappresentazione — la luce — della cosa o dell’evento Ereignis
événement
acontecimento
acontecimento apropriador
acontecimiento
enowning
evento
event
passato, associata coll’immagine del tempo passato, in cui si è svolta, l’altro è rappresentato dal pensiero attuale, presente, che tale immagine prende per oggetto. L’idea idea
idée
ideia
idea
ιδεα
idéa
di un “quello” e non di un “questo” — che indicherebbe una cosa presente — che si ha nella memoria è una specie di gradino intermedio tra la soggettività pura, l’io, e l’oggettività completamente differenziata, il "questo". [5]

"La natura nature
physis
phusis
phúsis
natura
natureza
naturaleza
dell’idea ‘quello’ — dice Abhinavagupta non consiste né nella consapevolezza di uno stato completamente libero di ogni limitazione di tempo, né nell’esperienza di uno stato completamente differenzia to. Quest quête
busca
demanda
search
quest
idea sorge infatti quando una cosa, dopo di essersi manifestata come a sé stante, in unione con un dato spazio, un dato tempo ed un dato soggetto conoscente che non sono più quelli di adesso, nel tempo della percezione diretta, invece di dissolversi dopo nell’iità, resta coperta come da una coltre di tenebre, in stato, come si dice, di impressione latente : e che uno toglie via questa coltre che la copriva, per cui essa risplende come prima, come, cioè, se fosse ancora a sé stante, esteriore al soggetto. Ma — ci può essere obiettato perché non risplende allora, in forma di ‘questo , come prima ? Ma è impossibile, noi rispondiamo ! Questa luce, infatti, brilla in associazione col corpo eccetera che aveva il soggetto durante la manifestazione di allora, senza che questo implichi, s’intende, una eliminazione della consapevolezza del tempo (connesso colla) manifestazione presente. La consapevolezza di un tempo passato è, in altre parole, indivisibile da quella del tempo presente, che di essa forma qui, per cosi dire, il sostegno. L’esperienza ‘quello’ è dunque giustamente detta essere costituita da due opposte consapevolezze, quella di prima e quella di adesso." [6]

La luce, dunque, insiste nel tempo passato e il pensiero nel presente : quella è, per cosi dire, tutta rivolta verso l’oggettività e questo tutto introverso. A questo punto le point
ponto
punto
center
centro
si presenta tuttavia un’obiezione grave. Se, in effetto, la luce ed il pensiero sono associati a due tempi diversi ed appartengono l’una al passato e l’altro al presente, essi non sarebbero più che un nulla, in quanto che sono, come si è detto, costituiti l’uno dell’altro. Osservazione giustissima — risponde Abhinavagupta — ma che non tiene conto di una cosa, vale a dire del fatto che questi due momenti nella memoria concreta e, per estensione, in ogni nostra rappresentazione sono sentiti come un’unità. Quest’unità è il soggetto stesso, l’io, che si realizza come io appunto in questa dicotomia — dicotomia reale perché rappresenta il suo stesso corpo — di soggetto e di oggetto, di presente e di passato. L’elemento garante cosi di ogni nostra esperienza come della memoria è, in altre parole, la libertà stessa dell’io, che si esprime nell’unificazione di ciò che è differenziato e nella differenziazione dell’unità. La luce ed il pensiero sono insomma due facce diverse di una medesima realtà e, allo stesso modo che il pensiero contiene un elemento percettivo, senza di cui non sarebbe che nome inane, cosi la luce è sempre, sia pure in modo talvolta non ravvisabile, riflessa, e questa riflessione è appunto ciò che le dà vita e la distingue dall’inerzia della materia. La luce ed il pensiero, ossia la coscienza, l’io che in tali due aspetti davanti a noi si fenomenizza, abbraccia la realtà tutta quanta. Le cose che vediamo intorno a noi, e con esse Sein
Seyn
l’être
estre
o ser
seer
the being
be-ing
el ser
esse
sattva
sattā
i nostri stessi moti interiori, altro non sono, dicono gli scivaiti, se non immagini, libere manifestazioni della forza dell’io, che attraverso di esse si esprime ed afferma.


Voir en ligne : ESSENZA DEI TANTRA


[1Vākyapadīya, stanze 124-125 e commento.

[2Pratyabhijñākārikā, 1, 5, stanza 11 c commenti.

[3Cfr., per esempio, Īśvarapratyabhijnāvivṛtivimarśinī, n, 182-183.

[4Cfr., per esempio, Īśvarapratyabhijñāvimarśinī, 11, 43-44.

[5Cfr. Īśvarapratyabhijñāvimarśinī, I, IV, pp. 133 sgg.

[6Īśvarapratyabhijñāvimarśinī, i, iv, pp. 118-119

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