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Raniero Gnoli : Il Commento di Abhinavagupta alla Parātrimśikā

dimanche 22 avril 2018

honnêteté
honestidade
honesty
honneur
honra
honradez
honor
honour
retitude
retidão

Il Paratrimśikāvivaranam è un commento ad un piccolo tantra Tantra
tantrisme
tantra
tantrismo
tantrism
, composto skandha
khandas
agrégat
amas
agregado
composto
assemblage
, nello stato in cui c’è giunto, da trentacinque stanze, chiamato Parātrimśikā P.T.
Parātrimśikā
(la « Trentina della Suprema » o la « Trentina Suprema » o Parātrīśikā, La Suprema Signora dei tre o delle tre). Questo ultimo nome è probabilmente una creazione di Abhinavagupta Abhinavagupta
Abhinava
AG
Abh
Abhinavagupta (950-1020), maître du shivaïsme du Cachemire, aussi maître en yoga, tantra, poétique, dramaturgie.
, determinata dal fatto che egli pensava come a trentacinque stanze mal Übel
Böse
mal
evil
maligno
malefic
the bad
kakos
si addicesse il nome di trentina. L’operetta, secondo che avviene in moltissimi tantra, si presenta sotto forma di un dialogo fra la Dea che interroga e Bhairava Absolu
Absoluto
Absolute
Absoluteness
Bhairava
Paramaśiva
— Siva nella sua forma tremenda — che risponde. La risposta del Tremendo alla Dea che lo interroga (stanze 1, 2, 3a) contiene una breve cosmologia Kosmologie
cosmologie
cosmologia
cosmología
cosmology
cosmo
cosmos
kosmos
(stanze 5-9a), la spiegazione della « natura nature
physis
phusis
phúsis
natura
natureza
naturaleza
suprema », del « cuore », dell’assoluto, il quale si identifica, come vedremo, coll’omonimo celebre mantra (stanze 9b-11, 21-25a), l’esposizione dei poteri di esso mantra (stanze 11b-20), e l’illustrazione dei metodi con cui dev’essere adorato (stanze 26-34).


La Parātrimśikā, come abbiamo detto, è il testo più autorevole e venerabile della scuola del Trika o della Triade trinité
trois
triade
ternaire
trindade
três
tríade
ternário
trinity
three
triad
Trimûrti
Trimurti
, cosiddetta dall’importanza che hanno in essa gli schemi triadici [1]. In essa il tutto è [XIX] diviso in tre piani o stadi, chiamati Siva, Sakti e Nara (uomo), corrispondenti alle tre potenze divine divin
divinité
divino
divindade
divindad
divine
divinity
Godhead
Parā, Parāparā ed Aparā (Suprema, Suprema-Infima ed Infima). Il concetto essenziale di questa scuola è apparentemente quello di una divinità suprema trascendente (akula) ed insieme immanente (kula) in tutte le cose, chiamata « Senza Superiore » (anuttaram), la quale si esplica ed afferma nel tutto attraverso i tre stadi anzidetti. I riti esteriori, almeno stando alla Parātrimśikā, sembrano aver avuto, in questa scuola, poca importanza. Essi hanno una sussistenza soprattutto interiore. Secondo la Parātrimśikā la vera iniziazione, la vera offerta al fuoco, il vero yoga Yoga
Ioga
, etc. etc., son fatti interiori che il discepolo deve incessantemente ricreare dentro di sè. L’unico rito esteriore necessario, secondo la tradizione accettata da Abhinavagupta, è quello del pavitrakam, nel quale si appendono, in certe epoche definite, ghirlande di fiori e d’altro all’immagine della divinità. Dello yoga si fa accenno solo nella stanza 33, come di pratica consigliata, ma non essenziale. L’evoluzione dei vari tattva tattva o princìpi non differisce gran che da quella esposta nel Tantrāloka
T.Ā.
T.A.
Tantrāloka
Tantraloka
TANTRĀLOKA D’ABHINAVAGUPTA
e nel Tantrascira di Abhinavagupta e da noi ivi tradotta e discussa. Le differenze riguardano solo punti minori. Degna di nota, in questo proposito, è la diversa concezione dei sei principi e contemporaneamente potenze che restituiscono all’io, caduto preda del sonno di māyā Maya
maya
Mâyâ
Māyā
illusion
ilusão
ilusión
, della forza d’illusione, da lui stesso creata, una particella dell’onnipotenza, onniscienza, pienezza, eternità e onnipresenza perdute [2]. L’io risvegliatosi da cotesto sonno, si ritrova sì in possesso delle sue antiche qualità, ma in forma invilita, inferiore. Una limitata capacità di agire e di conoscere, attaccamento, tempo e necessità tengono adesso il posto delle potenze originali. Questi sei principi - compreso il primo, māyā o la forza d’illusione -, che restituiscono all’io parte dei suoi poteri e ne limitano allo stesso tempo la libertà, son chiamati, per questa ragione, col nome di « corazze » o « tuniche » (kañcuka). E questa è la concezione classica. Nella Trentina questi sei principi, non più chiamati « corazze », ma « sostegni » (dhāraŗiā), son ridotti al numero di quattro, ossia, secondo l’interpretazione di Abhinavagupta, forza, conoscenza impura, māyā ed attaccamento. L’anima [XX] limitata (spiega Abhinavagupta nel commento breve con un paragone specialmente felice e frequentemente ripreso) [3] è « sostenuta » da essi a metà strada fra terra Terre
Terra
Earth
Tierra
Gea
Khouen
prithvî
e cielo ciel
cieux
céu
céus
heaven
heavens
cielo
cielos
ouranos
Khien
Thien
, come Trisanku, un personaggio mitico che, arrestato da Viśvāmitra nella sua caduta dal cielo, rimase sospeso a mezz’aria, formando la costellazione della Croce del Sud point cardinal
points carinales
ponto cardeal
pontos cardeais
cardinal direction
cardinal directions
punto cardinal
puntos cardinales
Nord
Norte
North
Sud
Sul
South
o Este
Leste
East
Ouest
Oeste
West
. Questi quattro principi sono infatti ambivalenti, e, se, da un lato, impediscono all’anima di ascendere nell‘« etere della coscienza », di farsi uguale a Dio, le impediscono però, dall’altra parte, anche di cadere neirinerzia della materia e divenire uguale alle pietre. I quattro sostegni sono simboleggiati dalle quattro semivocali Y, R, V e L.

L’altra differenza concerne i cinque principi del « mondo » puro-impuro, i quali comprendono qui anche i due principi Śakti e Śiva Shiva
Śiva
le Seigneur
, solitamente considerati come puri (l’io puro, Bhairava, il Tremendo è considerato qui fuori dalla serie dei principi) [4], e sono omologati ai cosiddetti cinque brahman Brahman o formule sacre, identificate coi cinque volti di Siva, rispettivamente chiamati Sadyojāta, il « Nato Adesso », Vāmadeva, il « Dio Splendente », Aghora, il « Non terrifico », Tatpurușa, il « servo », Īśāna, il « sovrano ».


Voir en ligne : IL COMMENTO DI ABHINAVAGUPTA ALLA PARĀTRIMŚIKĀ


[1Altre opere espressamente appartenenti alla scuola Trika, quali il Trikatantrasāra (alias Mālinīsāra, Scita, Tantrasāra, Trikasāra, Trikahŗdaya) il Trikaratnakula, etc., ripetutamente citate da Abhinavagupta, e, probabilmente, d’un carattere più espositivo, non ci sono pervenute. Il Trikasāra, secondo Bhāskara, Śivasūtravārttikam, II, 2, constava di 6000 stanze.

[2Vedi Kșemarāja, Parāpraveśikā (KSTS, 15, 1918), p. 8.

[3Vedi La Trentina Suprema (ed. cit.) p. 59 (nel testo, p. 7). Il paragone è ripreso sia dalla Paryantapañcāśikā, st. 37, sia dalla Mahārthamañjarī, p. 50.

[4Bhairava, trascendente ed immanente, è in questa scuola l’io stesso, la coscienza, che si esprime nel tutto. Su Bhairava, oltre gli Śivasūtra (ed. cit.) e il Tantrāloka (vedi l’indice) e questa stessa opera, passim, vedi anche recentemente, gli studi di Stietencron, H. von, « Bhairava ». ZDMG Supplement I, Vortrage, Teil 3 (1969) 863-71, e Stella Kramrisch, The Presence of Śiva, Princeton, 1981, pp. 250-300.

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